Fortunata: quando i film ti portano a riflettere sul senso della vita

In questi giorni mi sono ritrovato a guardare un film che m’ero perso al cinema, nella passata stagione cinematografica, e mi riferisco proprio a Fortunata di Sergio Castellitto (con sceneggiatura di una riconoscibilissima Margaret Mazzantini).

La pellicola ha una trama all’apparenza molto lineare, che, a me, in qualche modo ha ricordato “Gli  Ultimi Saranno gli Ultimi” (2015). Tratta, infatti, della storia di una giovane madre (Jasmine Trinca), reduce da un matrimonio finito per i continui maltrattamenti da lei subiti da parte di un marito violento. Fortunata, però, è molto più di una donna di periferia alle prese con i problemi economici e con le lotte della genitorialità. Alle sue spalle – come nel film si capirà – vi sta una tragedia che lei stessa non rivela quasi a nessuno e che l’ha segnata in modo evidente.

Il suo percorso di vita si incrocia con quello di Chicano, un vicino di casa, senza arte né parte, bipolare e depresso per il dramma di avere una madre affetta da Alzheimer, e con quello di Patrizio, psicologo che si occuperà della figlia e di cui Fortunata si innamorerà (o almeno con cui condividerà momenti di indescrivibile passione).

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La storia di Fortunata, sullo sfondo di una periferia romana sempre, a suo modo, affascinante, è una storia che colpisce molto lo spettatore, malgrado trovi il film un esperimento non pienamente riuscito.

Infatti, prima, di andare avanti con l’analisi della tematica della pellicola, mi pare opportuno affermare che “Fortunata” sia un film che non ha un vero epilogo, che vive di un’evoluzione improvvisa, di un crescendo che si spegne, senza dare allo spettatore il tempo di ambientarsi con ciò che ha visto e di trovare autonomamente le risposte alle domande che lo stesso film pone sul senso della vita. Mi sento, inoltre, di criticare l’abuso degli stacchi musicali (malgrado tutta la colonna sonora sia composta soltanto di capolavori della musica) nella seconda parte della pellicola; a mio avviso troppo cospicui e dannosi per un regolare sviluppo della storia (e forse di storia non si può davvero parlare, perché gli obiettivi della regia erano diversi da quelli di narrare semplicemente una storia).

A dispetto di questi difetti, forse nemmeno troppo evidenti, ciò che comunque preme analizzare è proprio come “Fortunata” porti il pubblico a riflettere. E ci porta a interrogarci anche grazie all’allusione all’Antigone, suggerendo, quasi, allo spettatore un’analogia fra le eroine tragiche della tradizione e Fortunata, che, invece, è eroina tragica della quotidianità e che, al contrario di Antigone, decide, nonostante le sconfitte, di non arrendersi e di “sopravvivere”. Questo è il punto focale dell’opera di Castellitto, ed è questo che ci spinge a porci delle domande durante la visione di “Fortunata”.

Quando va tutto male come si deve andare avanti? Quando predomina soltanto la rabbia verso il sistema, verso le barriere, verso i limiti della propria vita, cosa dovremmo fare? Cosa ci spinge a tenere duro? Cosa ci spinge a sorridere?

Una scena del film vede Fortunata tentare – vanamente (?) – di tirare su l’amico Chicano, affermando che ci sono tantissimi motivi per non aver paura della vita e di ciò che verrà. E lo dice con un’energia di cui fatichiamo a riconoscerne l’origine, alla luce delle brutture della vita che porta avanti. Ma, in fondo, chi siamo noi per chiederci come fa? La verità è che noi dovremmo fare come lei. Anche con rabbia, anche con delusione, dovremmo trovare la forza, giorno dopo giorno, per sorridere o, semplicemente, di vivere (non è un caso che “Vivere” di Vasco Rossi sia il sottofondo con cui il film si congeda).

 

 

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