Guardi mai il cielo? – Racconto inedito

Guardi mai il cielo?” mi dicevi. Pensavi che soltanto a guardare quell’azzurro splendido, sopra le nostre teste e sopra ogni altra cosa, mi sarei sentito bene. E, se non bene, quanto meno meglio. Viaggiavamo in treno e mi indicavi le nuvole, descrivevi le loro forme, ti immaginavi un disegno, ti immaginavi un esercito, ti immaginavi una vita dentro il cielo, che fosse bianco, azzurro, rosa o grigio. E facevi foto. A centinaia, sorridendo e sentendoti una bambina per quel gesto così istintivo, per quella tua voglia di condividere il panorama che allietava i tuoi occhi con le persone che amavi. Con la voglia di dare un pezzo di te a quel mondo che ti aveva soltanto assaporata per un momento. Ogni foto, ogni frase, ogni sguardo era chiaro: parlava di te. Donava una parte di te a quella vita che avevi vissuto e a quella che ancora dovevi vivere, tra una risata e un’espressione imbronciata. Tra un sorriso sincero e uno velato di tristezza.

Guardavi fuori e guardavi il cielo. Scendevi dai bus, dalle carrozze dei treni, dall’auto, con la stessa energia e tiravi su il mento e osservavi l’azzurro. I tuoi occhi si riempivano di quella immensità che sola poteva capire il tuo valore. Che sola poteva afferrare le virtù di una persona unica nel suo genere, che calpestava la mia stessa terra e conduceva il mio stesso cammino.

Avrei dovuto tenerti stretta, afferrarti per non lasciarti andare, mai. Fare sì che questa strada rimanesse sempre una lotta a squadre, anziché una squallida esibizione da solisti. Che poi io solista non lo sarò mai. Al massimo mi immagino come un cantante squattrinato da piano bar, che la sera va nei locali degli amici, si stampa un sorriso sul volto e cerca di steccare il meno possibile per ottenere una misera mancia. Tu, invece, saresti la regina delle soliste. Una pop star; una di quelle che si gettano nel vuoto con l’imbracatura. Perché dentro di te c’è una energia indomabile, sopita dietro la calma di uno sguardo penetrante, dietro la tenerezza di una mente riflessiva. E quella stessa energia, inesauribile ma pacata, ti renderebbe anche un’elegante interprete di canzoni d’amore. Una di quelle artiste impeccabili, d’altri tempi, di quelle che non piangono per non sporcare le note, a cui basta essere semplicemente se stesse per emozionare.

Avrei dovuto capirlo prima quanto inimitabile tu fossi. E quanto inimitabile risultasse essere un termine troppo banale per descrivere te. Perché tu sei molto di più di un aggettivo entusiastico. Sei una persona e ormai ho capito che soltanto le cose si possono descrivere con certi aggettivi. Non meriti di essere definita bella, intelligente, virtuosa, seria. Sarebbe troppo poco per te. Tu meriti di più, perché, come qualcuno ha detto prima di me, “sei un essere speciale”.

Siamo tutti speciali, in fondo, ma permettimi di dirtelo: tu di più.

Ricordo la delicatezza con cui le tue dita sfioravano le pagine di un libro di poesie e adesso vorrei tornare a quei momenti e strapparti dalle mani quei libri e fare in modo di essere l’unica cosa che, per un minuto, un’ora o una vita, tu possa accarezzare con quelle mani. Quelle mani che bacerei fino a incendiarle di calore per farti capire che avrei dovuto fare tutto diverso, che avrei dovuto ricominciare davvero con te, lottando fino all’ultimo per farti sentire unica, come meriti di sentirti da – più o meno – quando sei nata. Quando ancora tenera e rosea emanavi già la tua forza interiore a chi ti circondava.

E se non volessi accarezzare me, tornerei indietro per scrivere nuove pagine di poesia da accarezzare. Nuove pagine di vita che le tue dita potessero toccare, e sulle quali i tuoi occhi e le tue mani potessero appoggiarsi per trarre nuova forza o per cercare la quiete dalle fatiche dei tuoi giorni.

Ho fatto troppi errori e me ne pento e me ne pento ogni giorno che ti vedo, ogni giorno che realizzo che tu esisti e non sei seduta sul sedile accanto al mio, mentre il treno sfreccia tra le campagne. E sopra di me un cielo triste mi ricorda la mia solitudine.

Ma nella vita non c’è mai una parola fine; almeno fino a quando qualcuno non la scrive a fuoco su una lapide, pertanto non mi dispero. In fondo, può ancora succedere che io ti incontri di nuovo, perché forse non ti ho incontrata mai, e che, allora, sì, allora io non sbagli nemmeno una volta con te che sei un essere speciale.

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