Le Notti Bianche e La Cronaca di Pietroburgo: il mio primo incontro con Dostoevskij

Ogni tanto mi butto sui classici. Non sazio delle mie letture – più o meno – strampalate, a volte, mi butto su qualcosa di un poco più impegnativo. La mia ultima lettura, nel caso specifico, mi ha portato a confrontarmi con un autore molto amato da tante persone che mi stanno attorno e mi riferisco a Dostoevskij.

Intimorito dalla possibilità di cominciare da uno dei suoi romanzi più importanti (e lunghi), ho iniziato, come molti, da “Le Notti Bianche”, ed anzi ho trovato un’edizione che conteneva il suo più celebre romanzo giovanile e anche un altro scritto, “La Cronaca di Pietroburgo”, destinato a non essere opera di narrativa, ma quasi una sorta di trattato dedicato alla Russia, a Pietroburgo e al tipico uomo russo e alle sue ambivalenze.

dost

Devo ammettere di non essere capace di poter recensire questo padre della letteratura moderna, pertanto mi limiterò a riordinare quelli che sono i pensieri che mi sono balenati in testa, a seguito di questo mio primo incontro con Fedor.

Innanzi tutto, volevo partire dal fatto che il leit motiv di entrambi gli scritti mi sembra essere quello di dipingere il ritratto del sognatore. Sognatore che è tanto l’uomo che si innamora in “Le Notti Bianche”, e che poi diventa archetipo umano in “La Cronaca di Pietroburgo”. Descrivere il sognatore, le sue contraddizioni, le sue sfaccettature e il mondo che vive nella testa di questa particolare specie di individuo sembra essere l’obiettivo principale di Dostoevskij. E la mia curiosità è di scoprire se questa attitudine permanga anche nelle altre opere.

“Il sognatore è sempre difficile da sopportare, perché è instabile fino al limite estremo: ora è troppo allegro, ora invece troppo incupito, ora è villano, ora pieno di affetto e premure, ora egoista, ora capace di sentimenti nobilissimi”.

Inoltre, volevo dire la mia su quanto abbia immediatamente percepito la distanza che c’è tra Dostoevskij e gli altri autori di quel periodo (avendo letto alcune opere di autori britannici del XIX secolo). E una distanza che sicuramente si avverte ancora più forte, considerati i secoli che dividono autore e lettore (in questo caso io). Dostoevskij sembra avere una scrittura che più che appagarsi dell’ordine, ricerca il confuso, ricerca l’imprevedibile. Un flusso di coscienza che pone enfasi sui fili dei pensieri di un autore-sognatore, che parla senza filtri al suo pubblico.

Chiaramente sono sicuro anche che sia troppo poco quel che ho letto per capire lo spessore di questo autore tanto amato, ma, dopo questo primo impatto, mi chiedo se possa essere autore di un genere che venga incontro al mio gusto e, soprattutto, alle mie preferenze in fatto di costruzione della narrazione.

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