Recensione di “American Crime Story – The Assassination of Gianni Versace”

Qualche tempo fa avevo speso alcune parole su questa seconda stagione di American Crime Story, ai tempi appena cominciata. Ebbene, avendo terminato la visione ieri dell’intera stagione, è tempo di fare un bilancio con una recensione, che, mi auguro, sia quanto più completa e quanto più utile per chi abbia intenzione di recuperarla.

Come avevo già accennato, questa seconda annata di American Crime Story risulta essere molto lontana dalle tipiche e tradizionali “crime stories”. Se, infatti, nella prima stagione, l’aspetto poliziesco e la cronaca delle indagini e del susseguente processo erano stati indiscutibilmente al centro del programma, che, in qualche modo, aveva preso le migliori peculiarità degli show polizieschi e aveva aggiunto a queste un ritmo narrativo incalzante e una qualità recitativa di livello cinematografico, in questa seconda stagione ci troviamo di fronte a un prodotto che definirei sperimentale. La storia dell’omicidio di Gianni Versace, in sé, non è nemmeno il focus principale, dato che quasi tutte le puntate sono dedicate alla storia di Andrew Cunanan, l’assassino del famoso stilista, dando vita a uno show che strizza sì l’occhio a un interesse criminologico per lo sviluppo di una mente criminale, ma che sa anche essere incredibilmente romanzesco.
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La vena “romanzesca” – e non saprei trovare termine più adatto – di questa stagione di American Crime Story permette agli spettatori di calarsi e di conoscere un mondo perduto. Il mondo di un’America piena di contraddizioni, di bellezza e di orrori. Un’America in cui ancora la comunità omosessuale risultava essere talmente marginale da essere quasi ghettizzata (e lo scorcio che la serie dà sulla politica del Don’t ask, don’t tell è significativo sotto questo profilo). Sembra quasi che le condizioni degli omosessuali a quei tempi volessero essere utilizzate per giustificare – in modo velato – anche tante disfunzionalità dei caratteri di alcuni individui, tra cui lo stesso Cunanan, che, però, si tramuta nel mostro che è stato per il peso deflagrante di un vissuto particolarmente difficile e pieno di ambivalenze.

Il modo in cui viene ripercorso il sentiero di omicidi che aveva costruito Cunan è anch’esso estremamente romanzesco. C’è attenzione più sulla psicologia dei personaggi, che sulla mera impersonalità dei dati in possesso della polizia e sulle speculazioni degli investigatori, come accade spesso nelle serie di tal genere.

The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story

Per quanto riguarda Versace, o, forse sarebbe meglio dire, i Versace, sembra che la famiglia abbia esagerato ad attaccare la serie, dato che, a mio modo di vedere, non si è dato un dipinto negativo di alcun personaggio (forse ad eccezione di Antonio D’amico, storico compagno di Gianni). La presenza di Donatella (Penelope Cruz), poi, è un fiore all’occhiello per una serie che risulta essere affascinante e molto originale.

Il prodotto dell’emittente FX, ideato da Murphy (ma che ha visto una regia a più mani), è in definitiva un prodotto di qualità, che ha abbandonato la strada tracciata dalla prima stagione pluripremiata, ma che ha sicuramente regalato al pubblico uno show interessante in ogni suo aspetto, nel quale mi sento di segnalare una maiuscola performance del protagonista, Darren Criss, alle prese con un personaggio difficile come quello di Andrew Cunanan.

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