Recensione de “L’Eleganza del Riccio” di Muriel Barbery

Dopo giorni di assenza dovuti al mio solito studio matto e (più) disperato (che mai), oggi ritorno online con la recensione della mia ultima lettura. Infatti in queste settimane mi sono confrontato con il Best seller di Muriel Barbery, da cui è stato tratto il film “Il Riccio” del 2009.

Devo ammettere che nutrivo molte aspettative per questo romanzo, seppur non avessi visto il film e il mio unico imprinting con l’opera fosse stata la curiosità sviluppatasi dall’aver semplicemente dato uno scorcio alla quarta di copertina.

Prima di dirvi se le aspettative sono state rispettate, però, voglio fare un’analisi di quello che è l’oggetto di questo romanzo, provando anche ad ipotizzare quelle che fossero le intenzioni dell’autrice alla base della redazione del romanzo.

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L’oggetto del romanzo è sicuramente interessante. Dalla trama chiunque potrebbe immaginarsi un romanzo sulla vita in un condominio, in cui le particolarità delle protagoniste sarebbero state espediente comico e arguto per descrivere varie situazioni e inserire qualche ragionamento sulla società borghese occidentale. In realtà, però, la storia delle protagoniste e gli avvenimenti sono solo il pretesto di un unico, lungo ragionamento intorno al pensiero occidentale. L’autrice si scaglia in tutti i modi possibili contro il modus vivendi europeo e borghese, con l’ausilio dei punti di vista delle due protagoniste e di un terzo personaggio (Monsieur Ozu) introdotto proprio per rapportare gli occidentali a coloro che vengono presentati come individui con un modo di pensare e un’attitudine alla vita superiori (i giapponesi).

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Ho trovato “L’Eleganza del Riccio”, a tratti, persino presuntuoso, con le sue digressioni filosofiche e il suo linguaggio incredibilmente preciso (vista la passione dell’autrice per il Giappone, non sono sorpreso dal fatto che il suo scrivere mi abbia in qualche modo ricordato Murakami).

Per me, in definitiva, “L’Eleganza del Riccio” è stata una grande occasione sprecata. L’idea di smascherare i difetti e le contraddizioni di una società, per il mezzo del campione rappresentato da un condominio, era un’idea vincente, che avrebbe avuto migliore realizzazione se la Barbery avesse preferito metterci un tocco di leggerezza in più, puntando, oltretutto, su quelle che sono le cose che funzionano meglio nel libro, cioè il senso di empatia e di nostalgia che deriva dalle descrizioni della vita e del passato di Madame Michel e l’ironia che si sarebbe potuta sviluppare attorno a pochi comportamenti colorati che tipicamente si sviluppano nell’ “eco-sistema” del condominio.

Mi chiedo quali fossero gli scopi reconditi della Barbery per aver scritto questo libro e per averlo scritto con una illuminata sagacia, che, a volte, sembra quasi crudele e misantropa, non considerando quanto sia difficile per il lettore compenetrarsi con certe idee che sono sicuramente frutto delle peculiarità del modo di pensare della scrittrice.

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Un commento

  1. Avevo letto questo romanzo anni fa e mi ricordo rimasi delusa su come la storia non impenni mai. Arrivi alla fine e ti domandi: che cosa vorresti dirmi? Che cosa mi significa tutto ciò??

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