La seconda stagione di Luke Cage: un’evoluzione impensabile per un drama poco fumettistico

Sembra quasi uno scioglilingua il titolo che ho deciso di dare alla recensione della seconda stagione di Luke Cage. Non ricordo in che termini vi abbia già parlato di questa serie Marvel/Netflix, ma devo ammettere di aver trovato il debutto di Luke Cage tutto fuorché entusiasmante. Grande cast, ma poche emozioni, in uno show che non mi aveva particolarmente colpito e che, probabilmente, piazzavo all’ultimo posto nella classifica delle serie Marvel/Netflix da me seguite.

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La seconda stagione, tuttavia, segna un netto passo in avanti. La quantità di contenuti e di spunti che ha offerto è, infatti, sorprendentemente vasta. Luke Cage si è trasformato in un drama che è molto lontano dai confini confortevoli delle tipiche serie dedicate ai Defenders. Luke Cage è diventato, con questa seconda stagione, uno show drammatico che cerca, in qualche modo, di fare entrare qualunque spettatore in un mondo pieno di giochi di potere, disvelando la cultura dei gangster e, di seguito, anche la natura umana di chi vive dietro alle organizzazioni criminali.

Due aspetti mi hanno particolarmente sorpreso. Innanzi tutto l’attenzione che è stata data nel costruire queste trame di potere, e nel descrivere l’accesa e violenta battaglia tra clan che è il filo conduttore delle prime 7-8 puntate, ovvero quella fra il clan di Mariah e i Jamaicani, guidati da Bushmaster. Il secondo aspetto, di cui si è parlato davvero molto, è l’aspetto “queer” che si è menzionato, nel descrivere la vita di prigione e il rapporto tra Hernan e Komanche.

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Da ciò che ho appena scritto, si può ben intuire come una parola risulta essere fondamentale per parlare di questa stagione di Luke Cage e la parola è “verità”. C’era un’esigenza di realismo oltremodo spiccata in Luke Cage, che ha fatto di questa seconda stagione uno show che, in fondo, non aveva bisogno alcuno di un protagonista indistruttibile e con dei superpoteri.

Gli Showrunners sembrano aver deciso di fare a meno di “villains” dal carattere fumettistico, come potevano essere Madame Gao, ad esempio, o l’organizzazione della Mano. Hanno creato un’atmosfera vivida e realistica che ha permesso a Luke Cage di fare un salto di qualità rispetto alla prima stagione.

Se devo fare una critica allo show la faccio ai “tempi” dell’evoluzione del protagonista. Infatti, malgrado gli spunti nella prima puntata, il suo “cambiamento” nel finale di stagione è troppo repentino e poco plausibile.

Cosa ne sarà di Luke Cage? Sorprendentemente mi ritrovo molto incuriosito da come viene conclusa questa stagione e mi chiedo cosa ne sarà in futuro!

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