Ho visto la prima stagione di “The Man In the High Castle” e non mi è piaciuta: parliamone insieme

Dietro suggerimento di amici e parenti, ho iniziato a vedere una nuova serie. Sto parlando di “The Man in the High Castle”, show prodotto da Amazon Studios, anch’esso – come accade spesso ultimamente – una trasposizione di un’opera letteraria (si tratta di un romanzo di Philip K. Dick).

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La serie, giunta alla sua terza stagione (ha debuttato nel 2015), tratta delle vicende di un’America molto diversa da quella che conosciamo. Siamo negli anni ’60 del secolo scorso e gli Stati Uniti sono divisi fra stati nazisti, stati del pacifico (sotto il controllo nipponico) e la cosiddetta “zona neutrale”. Le vicende dello show, infatti, descrivono il mondo per come sarebbe se la Germania avesse vinto il conflitto mondiale.

La serie ha avuto un grande successo di critica ed è stata, ovviamente, sostenuta anche dal pubblico, visto che è già stata più volte rinnovata. Tuttavia, devo ammetterlo, per quanto impopolare possa essere la mia opinione, non ho amato questa serie, anzi mi spingo a dire di esserne rimasto annoiato.

Probabilmente si tratta di una mera questione di genere e gusti, ma trovo che, comunque, a fronte degli aspetti positivi della serie vi siano almeno altrettanti punti deboli.

Cerchiamo, però, di far chiarezza esaminando cosa funziona e cosa funziona meno in una serie che, comunque, è sicuramente ben realizzata e che consiglio a chiunque sia appassionato di storia.

Apprezzo dello show la cura con cui è stata ricreata una società del tutto differente da quella storicamente esistita. I meccanismi e gli ingranaggi dell’ambiente socio-politico sono pensati e studiati alla perfezione e questo è sicuramente il maggior punto di forza dello show.

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“The Man in the High Castle” può, inoltre, vantare di una ottima fotografia, di ottimi costumi e di una recitazione sicuramente all’altezza. Alcune scene sono sicuramente toccanti ed emozionanti e permettono allo spettatore di immedesimarsi appieno in questo universo distopico/ucronico.

A fronte degli aspetti positivi, però mi sento di criticare alcuni elementi della serie.

Innanzi tutto, come è accaduto già in passato, mi sento di scagliarmi contro questa tendenza televisiva moderna di realizzare sempre puntate di almeno 55 minuti. In “The Man in the High Castle” assistiamo ad alcuni episodi in cui i dialoghi sono davvero esigui e si sfiorano picchi di 30 o 35 minuti di sole inquadrature con colonna sonora. Insomma, l’emblema di una impostazione registica lenta, che, forse, in alcuni film drammatici è un punto di forza, in una serie a puntate non proprio. Specialmente perché il ritmo narrativo è pressoché sempre lo stesso. Anche il finale è raccontato con un episodio molto lento e con pochi dialoghi.

Direi che, come ritmo narrativo, siamo a metà tra Westworld e The Handmaid’s Tale, serie, a loro volta molto lente, ma che hanno dei guizzi che mi han catturato maggiormente rispetto allo show firmato Amazon Studios.

Inoltre, non sono rimasto entusiasta nemmeno di come è stato presentato e sviluppato uno dei personaggi principali, ovvero Frank Frink (Rupert Evans), il quale, malgrado la compagna, Juliana Crain (Alexa Davalos), non faccia altro che complicargli la vita, rimanendo persino invaghita di un altro uomo, non scatena mai la sua rabbia a dovere. Rimane un personaggio privo di vitalità, ingabbiato nel ruolo, malgrado i tentativi volenterosi dell’interprete di dare brio al suo personaggio.

Insomma, che dirvi? Io credo che gli episodi siano stati prodotti e studiati in maniera adeguata, che la storia sia interessante, ma, almeno personalmente, ritengo che la serie non sia davvero avvincente.

Se siete in disaccordo, come al solito, vi invito ad usare lo spazio commenti, così da creare un costruttivo dibattito!

Alla prossima…

6 commenti

  1. Sono d’accordo, in parte. Devo dire che anche io ho sofferto la lentezza della prima stagione, che spesso mi suonava come “dobbiamo riempire un’ora, fate tutto molto lentamente”, ma la seconda mi ha tenuto molto meglio. Non che ci sia chissà quale ritmo, ma l’ho trovata più interessante. Credo che in tv spesso ci sia la tendenza a confondere la lentezza con l’autorialità e la profondità, realizzando prodotti che gioverebbero invece di un minutaggio minore così da avere anche una sceneggiatura più densa e non diluita in così tanto tempo.

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    1. Infatti. La cosa che mi sfugge, al momento, che necessariamente debbano dare minutaggi elevatissimi anche quando il singolo episodio ha poca “carne sul fuoco”. Per esempio in Westworld ci sta quella durata, ma anche in altre serie (mi viene in mente The Young Pope). In questa prima stagione, invece, ho proprio sofferto quella che era pura lentezza.
      Quindi consigli di vedere la seconda stagione?

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  2. Che peccato. Era una delle poche che mi interessava su Prime Video.
    Magari la guardo comunque, ma la lentezza un po’ mi spaventa. Ultimamente preferisco le serie con un pochino di adrenalina.
    Adesso su Netflix sto guardando Bodyguard e poi passerò a You probabilmente

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