Recensione di “Oltre l’inverno” di Isabel Allende

Una scrittrice che mancava all’appello delle mie letture era Isabel Allende. L’autrice cilena, apprezzatissima in tutto il mondo e nota anche per aver ricevuto la medaglia presidenziale per la libertà da Barack Obama, ha sempre fatto breccia nei cuori dei suoi lettori per la capacità di parlare di esperienze di vita e per aver descritto le storie di personaggi femminili sempre molto amati.

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Il libro che ho letto, per avvicinarmi alla Allende, è una delle sue ultime opere: “Oltre l’inverno”, edito Feltrinelli in Italia, pubblicato nel 2017.

New York City - Snow - Winter Night in Midtown

La storia del romanzo ruota attorno a tre personaggi. Lucia Maraz si è da poco trasferita a New York, dove occupa un bugigattolo, nel piano interrato della magione di un professore, Richard Bowmaster. Richard è un professore all’università di studi latinoamericani e ha invitato Lucia per un corso semestrale, dato che la donna ha fatto diversi studi e pubblicazioni sulle tragedie nel proprio paese d’origine, il Cile, affrontando le drammatiche vicende dei desaparecidos. Le vite dei due si incrociano con quella di Evelyn Ortega, domestica guatemalteca, che viene tamponata da Richard, mentre guida la Lexus del suo datore di lavoro – un uomo senza scrupoli – e scopre la presenza di un cadavere nel bagagliaio. I tre incominciano un viaggio per disfarsi del cadavere – di cui nessuno di loro è responsabile – pur di evitare che il datore di lavoro si sbarazzi di Evelyn oppure che un’indagine la metta nei guai, essendo la giovane Ortega priva di documenti. Tutta la vicenda si svolge nel bel mezzo di una tempesta di neve da record, che affligge l’area di New York.

Non è esattamente facile ricollegare l’opera a un genere ben preciso, ma propendo per la classificazione del romanzo come romanzo sentimentale, anche se ha qualche sfumatura di giallo e di thriller (ma proprio un accenno).

La storia, in sé molto breve, viene inframmezzata da numerosi flashback, che indagano nel passato dei tre protagonisti e nelle loro storie travagliate. Le digressioni servono alla Allende, inoltre, per trattare la problematica dell’immigrazione, i drammi del razzismo in America e per esternare le preoccupazioni per come la comunità latina verrà vista, a seguito del fenomeno Trump, che nella storia è ancora soltanto un candidato alle elezioni.

Devo ammetterlo, il libro fa davvero luce su tutti i problemi connessi alla clandestinità, come il traffico di persone o eventi di violenza ancora peggiori, che, tuttora, sussistono e sui quali non vengono adeguatamente accesi i riflettori. È un libro che, quindi, arricchisce il lettore.

isabelibro

La cosa che mi è poco piaciuta del libro, però, è l’aspetto propriamente sentimentale, con Lucia e Richard, che si scoprono essere innamorati da tempo, l’una dell’altro, senza alcuna giustificazione logica plausibile alla base di questo sentimento. Senza rivelarvi altro della trama, infatti, ho trovato il cambiamento repentino del personaggio di Richard davvero eccessivo e illogico.

Un altro aspetto su cui fallisce la Allende sono i quesiti morali. La sua protagonista, Lucia, sa già tutto. Non ha mai un dubbio. Di fronte agli omicidi, persino, sa sempre cosa fare e cosa dire. Ha un senso di giustizia proprio, talmente sviluppato, che la fa sfuggire agli interrogativi morali, lasciando il lettore spiazzato.

È un libro che, in generale, non mi sento di consigliare né di sconsigliare. È un libro interessante, perché parla di criminalità in Sudamerica, parla della storia del Cile e mette in luce numerose problematiche socio-politiche rilevanti, ma che non offre una grandissima storia da seguire ai lettori.

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