Cult Movies #16: Tutto su Mia Madre

Dopo la recensione di “Dolor Y Gloria”, oggi torniamo a parlare di un film di Almodòvar. Anzi, possiamo dire che parleremo del film più conosciuto del regista spagnolo, ovvero “Todo sobre mi madre” (Tutto su mia madre), film drammatico del 1999.

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La pellicola tratta una storia assai particolare. Manuela (Cecilia Roth) è una madre single, di trentotto anni, che vive a Madrid insieme al figlio sedicenne, Esteban. Esteban è il figlio di Lola, un transessuale che è stato, in precedenza, sposato proprio con Manuela. Il giorno del compleanno, Esteban chiede alla madre di andare a vedere “Un Tram Chiamato Desiderio”, spettacolo teatrale in cui recita Huma (Marisa Paredes). Huma è un’attrice apprezzatissima dal ragazzo, che, cercando invano di farsi firmare un autografo, dopo lo spettacolo, insegue il taxi della donna, venendo, però, travolto e ucciso a un incrocio. Questo porta Manuela a decidere di ritornare nella sua vecchia città, per dire all’ex marito della fine del figlio (che Lola non sapeva nemmeno esistesse). Qui rincontra la spassosa Agrado (Antonia San Juan) – una escort transessuale, amica di vecchia data – e conosce suor Rosa (Penelope Cruz), che è stata, a sua volta, messa incinta da Lola ed è al terzo mese di gravidanza, al momento dell’arrivo di Manuela a Barcellona. Gli incontri tra queste donne e le attrici dello spettacolo “Un Tram Chiamato Desiderio” scandiscono gli eventi che, poi, porteranno a un triste quanto sorprendente finale.

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“Tutto su mia madre” è un film che mi ha colpito molto. È un film che scorre veloce, e lascia davanti agli occhi una serie di scene e situazioni di grande impatto, emotivo e visivo. Almodòvar ha dichiarato che il suo intento era quello di dipingere una nuova normalità, la normalità del nuovo e imminente millennio.

In realtà la storia ha molto poco di “normale”. E, se non altro, è davvero poco consueta. Tuttavia la regia e l’impianto narrativo finiscono per coinvolgere lo spettatore, che, a dispetto di una storia senza sussulti o scene travolgenti, finirà per incuriosirsi e per immedesimarsi con i personaggi del regista spagnolo.

Molti, nella critica, paragonano Ozpetek ad Almodòvar. E io, in questo film, ho visto molti spunti che poi sono stati ripresi ed esplorati da Ozpetek. Non voglio tacciare nessuno di plagio, si intenda. Però ho ritrovato la stessa intenzione nei due registi, la stessa voglia di raccontare in modo “normale” ciò che normale non è, con personaggi di una quotidianità bizzarra.

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Tutti i personaggi del film sono, a mio modo di vedere, dei grandi attori della vita. Con questo intendo la capacità di vivere le loro emozioni e di vivere con grande compartecipazione il momento che si presenta loro davanti.

Inoltre, per essere un film del 1999, è una pietra miliare del cinema, in quanto a studi di genere. E’ un film di donne, di donne sfaccettate e variopinte, di donne mai impaurite di fronte agli ostacoli della vita. Di donne magistralmente interpretate dal cast. 

«A Bette Davis, Gena Rowlands, Romy Schneider… A tutte le attrici che hanno fatto le attrici, a tutte le donne che recitano, agli uomini che recitano e si trasformano in donne, a tutte le persone che vogliono essere madri. A mia madre»

(dedica con cui il regista chiude il film)

Del film ho apprezzato anche il fatto che la storia sia pienamente completa e non lasci ingombranti “non detti”, malgrado la durata molto contenuta del film. Almodòvar ha calibrato alla perfezione il ritmo narrativo e ha portato a termine una narrazione tradizionale – inizio, intreccio, finale – in modo perfetto, regalando emozioni e soddisfacendo la curiosità degli spettatori.

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