Trasformare gli “E se” in storie

In questi giorni ho letto un interessantissimo articolo della blogger Meg Dowell. Nell’articolo si parlava di come le vite degli uomini siano spesso vincolate da un quantitativo smisurato di “E se” (What if, per essere chiari).

rimpianti
Ci tormentiamo sempre con domande su come sarebbero andate le cose, se qualcosa, nella nostra vita, fosse andata diversamente.
L’essere umano, quasi ontologicamente, tende a vivere di rimpianti, di riconsiderazioni, di ricordi.

  • Cosa sarebbe successo se avessi avuto quella seconda possibilità?
  • Cosa sarebbe successo se avessi comprato quella casa?
  • Cosa sarebbe successo se mi fossi innamorato?

Persone, occasioni, lavori, viaggi. Tendiamo a ripensare alle cose che potevano succedere, a cose che desideravamo o a cui tenevamo, ma che non sono accadute o non si sono verificate nel modo in cui avremmo voluto.

La blogger, da cui sto traendo l’ispirazione per l’articolo, ha evidenziato una vera e propria natura terapeutica della scrittura. Spesso, infatti, questi “e se” diventano cancerogeni nella nostra vita. Non riusciamo ad andare avanti, continuiamo a pensare e ripensare a ciò che ci ha fatto soffrire, a ciò che non è andato.
Per superare questi dolori mai risolti, una buona soluzione è prendere questi rimpianti e trasformarli in una storia.

Smettere di immaginare, e iniziare a scrivere!

rimpian

Personalmente, non posso fare altro che accodarmi alla Dowell. Davvero, a volte scrivere è terapeutico. A volte anche buttare giù qualche riga che non servirà a niente, serve a trasformare un dolore mentale in qualcosa che ha contorni definiti, qualcosa che si può superare.

Devo essere sincero, ho molto materiale su cui lavorare in questi giorni, ma penso che, prima o poi, anche io proverò a scrivere una “What if story”. Ci sono tanti momenti della vita che non si sono sviluppati come avrei desiderato. E se fosse andata differentemente?

Può essere un ottimo spunto per incominciare una storia, per fare “pace” col passato.
E voi che ne pensate? Pensate possa funzionare?

31 commenti

      1. In realtà mi riferivo a chi scrive per se stesso.
        Quando scrivi – e ti accorgi che ti piace – non pensi quasi più alla risoluzione del problema, ma allo sfogo.

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  1. Io rientro nella categoria di chi vive costantemente di “e se?”. Il più grosso riguarda un’opportunità che ho avuto qualche anno fa: nel 2016 ho passato un mese a Londra, per uno stage. Eravamo in tre, e al termine del periodo di prova ne avrebbero tenuti solo due: io sono stato scartato, e complice anche l’idea assillante della tesi ancora da scrivere sono tornato subito in Italia, salvo poi pentirmene quasi immediatamente. A Londra mi sono sentito a casa come poche altre volte in vita mia, ho amato tutto di quella città e del senso di indipendenza che finalmente sentivo di avere; avevo già anche alcuni amici, con cui però ho inevitabilmente perso i contatti ormai. Insomma, ho fatto dei mesi a pensare “e se fossi rimasto là?”. Se ci avessi provato?
    Adesso mi è passata, ormai. Ho un lavoro precario che non riguarda quello che ho studiato, ma che comunque mi dà soddisfazione e mi piace molto fare, per cui rispetto a un anno fa, quando ero incastrato in un lavoro alienante e morbosamente noioso, ho molta meno voglia di scappare.
    Però ogni tanto la voce torna a farsi sentire: “e se…?”.

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  2. Questa è una bellissimo modo per scrivere. Anche io lo uso, anche se non mi piace vivere di rimpianti ed è per questo che ultimamente sto cercando di non rimpiangere niente e di vivere la vita al massimo. Solo che purtroppo alcune volte, anche per agenti esterni, ti trovi a dire “e se…”. In quel caso ci scrivo una storia sopra e passa tutto il rammarico per l’occasione persa 🙂

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