Dritte di scrittura: come mettere le nostre emozioni in ciò che scriviamo

Buona domenica lettori!

Anche oggi voglio riprendere un argomento trattato dalla blogger Diane Callahan nel suo canale “Quotidian Writer“. Il video da cui ho preso spunto per questo numero di “Dritte di scrittura” prende il nome di “Writing fiction with emotional honesty”.

Tradurre con “scrivere con onestà emozionale”, però, non ci porta abbastanza vicini a quello di cui parleremo in questo articolo. Infatti, ho ritenuto più corretto indicare subito, nel titolo, lo scopo di questo articolo: “Come mettere le nostre emozioni in ciò che scriviamo“. Ritengo che questo titolo sia molto più immediato e faccia capire davvero ciò di cui parleremo.

Una domanda che gli scrittori si pongono spesso è questa: “Come faccio a mettere le mie emozioni in ciò che scrivo?

Il nostro vissuto, i nostri dolori, le nostre gioie devono essere il carburante della nostra scrittura. Dobbiamo metterci la nostra voce interiore in ciò che scriviamo, se non vogliamo creare qualcosa di finto e di piatto. Ovviamente, però, fare ciò è molto difficile.

Negli ultimi anni, sui social, sono diventati famosi i cosiddetti “poeti metropolitani“. E per poeti metropolitani intendiamo coloro che hanno condiviso sui loro profili brevi componimenti in cui parlavano della loro realtà quotidiana. Parlare di noi stessi e di ciò che viviamo è chiaramente il modo più facile per trasmettere emozioni e il successo di questi poeti dimostra che i lettori hanno bisogno di leggere emozioni per potersi interessare a ciò che scriviamo.

Nelle poesie e nei memoire è più facile trasmettere le nostre emozioni al lettore. Diventa più difficile con la narrativa. E’ complesso essere completamente onesti quando si scrive una storia di fantasia e riuscire a “inserire” le nostre emozioni in ciò che mettiamo sulla pagina.

Tuttavia, mi piace ricordare a tutti che qualsiasi tipo di storia – anche una storia fantastica – risulta essere una buona storia solo e soltanto se e quando parla di vita, e porta tutti a riflettere sulla propria vita, permettendo una forte immedesimazione con i personaggi.

Esatto, i personaggi svolgono un ruolo chiave. Molti pensano che i personaggi siano solo dei pretesti per narrare una bella storia. E’ un errore molto comune, soprattutto per chi non ha molta esperienza e molta formazione alle spalle. Io stesso penso che creare degli ottimi personaggi sia complesso. Tuttavia, lavorare sulla loro psiche, sul loro background e sul loro modo di reagire a ciò che accade è il principale modo per renderli personaggi tridimensionali e accattivanti.

Un buon modo per metterci del nostro – sia a livello di vissuto sia a livello di emozioni – è attribuire qualcuna delle nostre caratteristiche ai protagonisti della storia. Io, ad esempio, ho creato nel mio primo romanzo una protagonista che si sente senza sbocchi e crede di non potersi permettere il lusso di vivere i propri sogni. Esattamente come mi sono sentito io per molto tempo. E nell’ultimo mio romanzo – Cronache di un vampiro – ho voluto descrivere un protagonista, Andreas, con un latente disturbo d’ansia, dato che sono un soggetto molto ansioso. Pensavo fosse un buon modo per immedesimarmi e creare un protagonista sui generis che non avesse i tratti caratteristici del macho tutto testosterone, ma che avesse le sue fragilità. Fragilità che io so esattamente che impatto hanno sulla psiche e sull’interiorità di una persona.

A proposito di “scrittura emozionale“, voglio darvi un’altra piccola dritta: vuoi o non vuoi, nei miei scritti esce fuori sempre una o più tematiche di rilevanza sociale, dall’emarginazione allo spazio per i giovani in una società competitiva e via discorrendo. Lo faccio perché so quanto questi argomenti mi tocchino da vicino. Allora cerco di trasferire le mie riflessioni sulla realtà che mi circonda nelle mie storie e dare qualcosa di più “personale” a quello che scrivo. Quindi, se c’è qualcosa che vi tocca in maniera diretta o che vi interessa in maniera particolare, inseritela nel vostro contesto narrativo, per quanto possibile.

Diane Callahan, inoltre, ci ricorda che un buon modo per mettere più emozione in ciò che scriviamo sia quello di approfondire i “What if” del nostro passato in storie. Insomma, esplorare per il tramite della finzione narrativa quelle strade che abbiamo scelto di non percorrere (vi suggerisco di leggere sull’argomento questo articolo).

BLEND REALITY AND FICTION

Ho usato questa espressione inglese per questo paragrafo non perché fa figo (okay, anche per quello), ma soprattutto perché scolpisce in maniera chiara ciò che bisogna fare. Dobbiamo evitare di approcciarci alla realtà che scriviamo come se fosse solo una fantasia. La fantasia che scriviamo si deve mescolare alla nostra realtà (sì, quella vera). Avere un pizzico di quei conflitti, di quei drammi e di quelle emozioni grandiose che abbiamo sperimentato (si spera) durante la nostra vita.

Insomma, cerchiamo di mischiare realtà e finzione.

INTERVISTATE IL VOSTRO PERSONAGGIO

Un buon modo per andare oltre, per evitare la piattezza emozionale dei nostri scritti, è quello di fare domande al nostro personaggio. Immaginarci cosa risponderebbe. È un buon modo per capire cosa prova e cosa desidera. Immedesimatevi negli obiettivi e nelle emozioni che provate anche voi. Capirete qual è la direzione giusta per lasciare un pezzo della vostra anima nella pagina.

Spero che questo articolo vi sia piaciuto! Alla prossima!

2 pensieri riguardo “Dritte di scrittura: come mettere le nostre emozioni in ciò che scriviamo

  1. Questa è sicuramente la preoccupazione principale di ogni scrittore. Io ho provato molte volte a “intervistare il mio personaggio”; una volta ottenute le risposte e iniziato a scrivere, però, finisco sempre per scoprire qualcosa di nuovo o diverso su di loro che annullano l’intervista iniziale. Insomma, è difficile che conosca veramente un personaggio prima di iniziare a scrivere, e anzi spessissimo li modifico in corso d’opera fin quasi a contraddire le premesse iniziali, al punto che per me le seconde stesure non sono un’opzione ma una necessità. Non sono in grado di pianificare del tutto un personaggio a priori se non a grandi linee: “è di questo tipo, vuole ottenere questo perché”; il resto viene quasi da sé dopo. Non so se è il modo migliore di scrivere, e sono sicuro che qualcuno potrebbe anche inorridire, ma è l’unico modo in cui riesco a farlo io.

    Nell’articolo, con cui sono molto d’accordo, parli di inserire elementi autobiografici nella storia, ma se dovessi scrivere di qualcosa che non hai vissuto? Secondo me è lì che si vede davvero il talento di uno scrittore, nell’immaginare emozioni che non si è ancora mai provato.

    Piace a 1 persona

    1. Per quanto riguarda la prima parte del commento: secondo me è normale che poi il personaggio spicchi il volo da solo e si sganci dalle premesse iniziali se subisce un cambiamento. Però, certo, deve essere tutto organico.
      Riguardo alla seconda parte del commento: certo, più distante è il personaggio da noi, più talento serve per non fare apparire le sue emozioni come frutto di qualcosa di artificiale.
      Secondo me, comunque, emozionare scrivendo è la cosa più complessa della scrittura. Anche perché dipende dal talento. O ti viene quel guizzo artistico o niente. Puoi studiare e studiare senza ottenere nulla… 😫

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