Recensione di “Cent’anni di Solitudine”

Qualche mese fa ho incominciato la lettura del capolavoro della letteratura sudamericana, “Cent’anni di Solitudine” del premio Nobel Gabriel Garcia Marquez. Sebbene, in un primo momento, sia stato travolto da altre letture, sono finalmente giunto all’ultimazione della lettura e sono qui, pronto a fare una recensione di questo libro, edito nel 1967.

cento

Partiamo col dire che la cosa impressionante per un romanzo così raffinato, così lungo e così complesso, è che la stesura abbia richiesto solamente 18 mesi, che Marquez, tuttavia, ha diluito nell’arco di vent’anni.

Il romanzo tratta delle vicende di una famiglia, la famiglia Buendia, che fonda la cittadina di Macondo, in quella che – dai critici – viene considerata la zona settentrionale della Colombia. E’ assai complicato tracciare quella è che la trama di “Cent’anni di Solitudine” perché, fondamentalmente, non esiste un vero e proprio filo rosso, che deve essere seguito dal lettore. Sono un insieme di storie realistiche e magiche allo stesso tempo – non è un caso che la definizione “realismo magico” affondi le radici nell’interpretazione dello stile di Marquez – di personaggi numerosi, chiamati sempre allo stesso modo.

cent'anni

Tramite il fiabesco, l’autore non solo parla degli episodi familiari di sei generazioni della famiglia Buendia, ma sfrutta questa storia fittizia per rievocare eventi storici importantissimi della storia colombiana e sudamericana. Per alcuni il personaggio del colonnello Aureliano Buendia può essere considerata una sorta di “rievocazione” del condottiero Simon Bolivar.

Le tematiche che mi hanno colpito di più in questa lettura sono state essenzialmente due:

  • Il mito della verità: nel libro si parla spesso di verità e di dubbio. E si mostra come, spesso, la verità tenda ad annacquarsi. Si dipinge come la realtà storica, alla fine, non sia altro che la realtà scritta dai vincitori e a coloro che sanno la verità “vera” non resta che l’amarezza di non essere creduti. E’ una tematica forte, che ho amato particolarmente.
  • La dualità fra amore e sensualità: nel libro si tratta del piacere primitivo del corpo, dell’edonismo provocato dal sesso. Ma, allo stesso tempo, si mette a confronto il sesso e l’amore. E in questo senso la storia di Aureliano Segundo e Petra Cotes è emblematico. Si narra come quello che all’inizio è solo piacere carnale, alla fine, non lascia niente, ma, quando, in tarda età, temprati dalle sofferenze, i due cercano di sostenersi a vicenda, il loro rapporto diventa amore vero e più forte di ogni desiderio passionale.

Aggiungo, in questa recensione, che “Cent’anni di Solitudine” è un romanzo che insegna a scrivere. Lo stile semplice, pulito e chiaro di Marquez non è invecchiato di un solo anno dalla data della sua pubblicazione. Anzi, è emblema di una modernità senza eccessi, che deve permettere al lettore di assaporare la parola e di farla propria in maniera semplice, agile e piacevole.

Si tratta, certamente, di una lettura recepita in traduzione, ma che permette, comunque, a chiunque di comprendere quelli che sono i piaceri e la gioia della lettura di un buon libro. Un capolavoro, senza se e senza ma, che personalmente considero tra i più bei “classici” mai letti.

14 commenti

      1. Anche io. Raramente quando leggo un classico rimango così entusiasta. Di solito vado sul sicuro con la letteratura anglosassone. Marquez era un’incognita perché la letteratura sudamericana non è troppo nelle mie corde ma questo libro è meraviglioso.

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