Scrivere: tra maledizione e terapia

Nell’ultimo anno mi sono potuto dedicare con molta più costanza a quella che, da sempre, è stata la mia più grande passione: la scrittura.

E’ stato un anno coi suoi pro e i suoi contro, che mi ha fatto capire molto di me e di quello che voglio e posso fare. Tuttavia, tirare le somme degli ultimi mesi, è abbastanza scoraggiante e inizio a rivalutare il mio rapporto con la scrittura.

Certo, per nessuno è facile emergere, ma te ne rendi davvero conto soltanto dopo che le provi tutte le strategie e le tecniche per lanciarti su una strada difficile come è quella di scrivere e pubblicare le tue opere.

La stanchezza che ho accumulato negli ultimi tempi, mi ha anche portato a scegliere di prendermi una pausa. Devo studiare molto per la scuola di specializzazione e per il concorso (a dispetto di quanto avevo pronosticato, ho passato le preselettive) e la scrittura è finita in un angolino.

Ma di questa pausa dalla scrittura non so se essere contento o meno.

Da una parte penso che gli sforzi di quest’anno sono stati abbastanza vani e che, se voglio continuare a provarci, devo iniziare a provare a mandare i miei scritti alle Case Editrici e sperare di avere un riscontro positivo, per quanto difficile sia, specialmente di questi tempi. Mi sento comunque un po’ perso e avrei bisogno di supporto professionale per valutare e sistemare alcuni romanzi, ma soldi non ce ne sono, quindi resto da solo a mugugnare su questa fase di stasi e su questa indecisione in merito al prossimo passo.

Per questa serie di ragioni, la pausa arriva nel momento perfetto e mi permette di allentare le tensioni.

D’altra parte, però, scrivere ogni giorno mi manca. C’è chi dice che si scrive per se stessi e che scrivere, in fondo, è terapeutico. E lo credo anche io, malgrado mi costi caro ammetterlo perché sto molto male quando mi rendo conto di non avere alcun nome da spendere per portare le persone a leggere ciò che scrivo. Fate attenzione: non è pietismo o piangersi addosso, è solo la realtà dei fatti. Bisogna fare tanta strada ed essere sempre eccellenti per sfondare o anche soltanto avere un riscontro decente in un mondo (ormai di nicchia) come è il mondo dell’editoria.

Per queste ragioni, invece, trovo difficile accettare questa pausa e l’astinenza da scrittura. Le idee sono sempre tantissime, ma la mente non è quasi mai lucida e i pensieri finiscono per ingargbugliarsi.

Due anime convivono in me e mi portano a chiedermi se questa passione sia più una maledizione o una terapia.

Penso che scrivere – così come qualsiasi aspirazione artistica – sia un po’ una maledizione. Magari una maledizione elettiva che colpisce in pochi e quei pochi non riescono a respirare quando vivono fuori dal loro “palcoscenico” (che può essere, come nel mio caso, una tastiera e un monitor).

Però queste aspirazioni fanno anche bene e sono, dunque, terapeutiche. Scrivere cura le ferite, scrivere ti aiuta a far pace con la realtà, a controllarla, a riscriverla, a stravolgerla. Scrivere può essere anche catarsi.

Ma la verità è che forse non c’è una vera risposta. E’ inutile chiedersi se questa passione che mi divora sia più salvifica o malevola. E’ quello che è, e in modo più semplice non si può dire.

Le maledizioni, a volte, ci salvano e, a volte, ci fanno affondare. Ma le maledizioni sono anche un posto sicuro, perché sono una delle poche certezze della vita.

Non puoi essere maledetto e non sapere di esserlo.

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7 commenti

  1. Più o meno sai come la penso. Io sono per il non mollare alle prime difficoltà o al risultato non ottenuto come speravi ma, è anche vero, che scrivere deve essere un piacere. Scrivi quando te la senti e come ti senti di fare. La vita dello scrittore, soprattutto in Italia, è difficoltosa e ci vuole tempo. 🙂

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