Achille Lauro: la lotta alla mascolinità enfatizzata sul palco dell’Ariston

Devo ammetterlo. Mai e poi mai mi sarei aspettato che Sanremo avrebbe fatto implodere internet in merito a tematiche sociali. Soprattutto alla luce delle premesse che c’erano state, con una conferenza stampa di presentazione all’insegna di patriarcato e involuzione.

E, ve lo dirò, a me questo Sanremo mi è sembrato tutto fuorché esageratamente arcobaleno, ma, a quanto pare, esistono degli eterosessuali che si sentono discriminati dal festival. Si tratta davvero di manie di persecuzione. Non trovo altro modo di definire il modo in cui Pillon, Mario Giordano e chiunque li segua abbiano reagito ad alcuni momenti del Festival.

In particolar modo, però, voglio concentrarmi su una figura. Tralasciamo il monologo di Benigni e il bacio fra Tiziano e Fiorello (che poi, ve lo dico, se un bacio tra due uomini è usato per far ridere, mi pare evidente che il festival non sia avanguardista e pro-LGBT). Ma concentriamoci su un cantante, che – mai me lo sarei aspettato – ha dato un insegnamento a tutta l’Italia. Mi riferisco ad Achille Lauro.

Molti conoscono quanto io sia lontano dalla trap e quanto, personalmente, non apprezzi Lauro come cantante. Ma devo ammettere di averlo ammirato tantissimo durante la settimana del Festival. Si è sorbito l’odio di una parte consistente degli italiani ed è andato avanti per la sua strada. Ha provato a dire quanto sia tossico continuare a inseguire lo stereotipo della mascolinità enfatizzata. Ha detto che accetta di essere discriminato e di essere considerato una femminuccia. In parole povere, se ne sbatte (se ne frega, per parafrasare la sua canzone).

In quattro serate ha sfoggiato look sempre più queer e stravaganti, venendo paragonato persino a Renato Zero. Ha assunto le sembianze anche di David Bowie – anche se per gli italiani ignoranti che lo hanno criticato quello era il look di Freddie Mercury – e con la sua semplice presenza scenica ha mandato in tilt internet. Di fronte a una simile presa di coraggio, io non posso che fare un applauso.

Anni fa, per una tesina di un corso, avevo scritto del sovvertimento dei ruoli di genere, di come i personaggi femminili fossero in ascesa nella letteratura e di come per gli autori i personaggi maschili più complessi e interessanti fossero quelli più lontani dallo stereotipo del maschio alfa o del macho.

Negli ultimi anni, però, la cultura italiana sembra essere tornata indietro di un bel cinquantennio. Sempre più forte sembra essere il desiderio di rivendicare i canoni della società patriarcale che impone agli uomini di essere virili e alle donne di stare al loro posto.

Achille Lauro, vittima di discriminazione da ragazzino, ha deciso di utilizzare il suo momento per dare risonanza a un conflitto che non è nemmeno vicino al risolversi. E va apprezzato per questo. È stato l’aspetto più interessante di questo festival, e mai l’avrei detto.

Parlando di mascolinità, mi sento anche di citare un pezzo del testo di un’altra canzone in gara:

Ciao tu, freak della classe

“Femminuccia” vestito con quegli strass

Prova a fare il maschio

Ti prego insisto

Fatti il segno della croce e poi

Rinuncia a Mefisto

(Levante – Tiki Bom Bom)

La cantautrice siciliana, infatti, ha ribadito uno dei problemi più caldi degli ultimi anni. Da una parte è sempre più evidente che una parte della società occidentale voglia concedere a tutti di esprimersi sin da bambini (e, credetemi, questo può evitare MOLTI traumi), senza forzarli a rientrare in un modello. Dall’altra, però, c’è una fazione più conservatrice che trova qualcosa di diabolico persino nel fatto che un bambino preferisca giocare con le bambole piuttosto che con le macchinine.

Siamo arrivati al punto in cui cerchiamo di sentirci a posto con noi stessi a discapito dei bambini. Ed è tempo di finirla.

Si è portata avanti una battaglia silenziosa, nella lotta di genere, in quel di Sanremo. Si è parlato, ovviamente, anche del ruolo della donna con un potentissimo monologo di Rula Jebreal, che è la migliore testimone per parlare dei danni causati dagli stereotipi di genere. Mi sento male a pensare che le mie coetanee debbano preoccuparsi della lunghezza della gonna così come non riesco a tollerare che esistano ancora uomini che considerino le donne come oggetti da possedere.

Tante tematiche calde che, oggi, rischiano di essere sminuite da grandissimi bigotti (per non usare termini più forti) che oggi dicono che la società eterosessuale è discriminata o messa in discussione. Concludo, ricordando che i paesi che danno diritti a tutti, vivono meglio. Più diritti ci sono, più libertà c’è. Non è vero che l’esistenza di qualcuno neghi quella di qualcun altro. In fondo, siamo tutti esseri umani.

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