Recensione di “Emily in Paris”: tra Gossip Girl e Il Diavolo veste Prada

Eccomi anche io a parlare di “Emily in Paris“.

Finalmente ho recuperato la chiacchieratissima serie Netflix creata da Darren Star con protagonista Lily Collins e sono, quindi, pronto per recensirla. Consapevole, ovviamente, che questo articolo lo leggeremo io, mia nonna e il mio cane, visto che è già stata recensita più o meno 750 mila volte nel corso dell’ultimo mese da ogni sito esistente sul globo.

La trama:

Emily è una impiegata di un’agenzia di marketing, chiamata a trasferirsi a Parigi per sostituire una collega e a collaborare con la Savoir, un’impresa di marketing acquisita dal colosso di Chicago per cui lei lavora.

Da Savoir proverà a portare il “punto di vista americano”, scontrandosi, però, con le ritrosie dei francesi, restii a fidarsi da chi la pensa in modo diverso e da chi – soprattutto – non parla la loro lingua.

In un susseguirsi di cliché sui francesi, Emily vivrà esperienze entusiasmanti e finirà per innamorarsi di Gabriel, il vicino di casa, sfortunatamente fidanzato con Camille, di cui Emily è diventata amica poco dopo l’arrivo in Francia.

Le influenze

C’è poco da girarci attorno. “Emily in Paris” deve moltissimo a “Gossip Girl”, serie tv che, tra l’altro, viene citata più volte nel corso della storia.

Su Twitter, mi è venuto spontaneo paragonare Emily a una “It Girl” così come venivano definite Blair e Serena nello show di Josh Schwartz. Dai vestiti sempre curati e alla moda, passando per un’atmosfera leggera, scanzonata e piacevolmente frivola, “Emily in Paris” ha il dono di riportare in televisione gli aspetti migliori di “Gossip Girl”. E lo fa in modo furbo. Infatti, la serie Netflix, al contrario dello show sui rampolli newyorchesi, vede al centro una protagonista molto intelligente, che della vita ha capito qualcosa e sa fare bene il proprio lavoro.

Per di più, in “Emily in Paris” non ci sono quelle trame da telenovela sudamericana che hanno rovinato le stagioni finali di “Gossip Girl”. Nessun genitore o figlio segreto e nessun ridicolo tentato omicidio.

Non solo Gossip Girl

Ma, dicevo, le influenze sono molteplici. A mio modo di vedere, la trama di “Emily in Paris” ricorda un po’ quella de “Il Diavolo veste Prada“.

La ragazza americana che si imbatte in un nuovo mondo, rompe col fidanzato, subisce il fascino di uomini differenti e cerca di stare al passo con una dispotica matrona che le fa da capo.

Insomma, il mix è lo stesso, anche se offerto con un’atmosfera molto più leggera e frivola, come già anticipato.

Lo definiscono “brutto ma crea dipendenza”

Le recensioni sono univoche: la serie è “stupida”, infarcita di stereotipi (che hanno fatto infuriare i francesi), con amorazzi random e personaggi un po’ monodimensionali a volte. Eppure…

Sì, eppure… Perché la serie funziona fino a creare dipendenza.

Tra lo sfondo di Parigi, la presenza magnetica di Lily Collins (io penso da sempre che sia una delle attrici più belle e sottovalutate del panorama statunitense), un cast molto azzeccato e frizzante e una storyline semplice ma portata avanti in modo credibile, gli elementi per ottenere il successo c’erano tutti.

E così è stato. E’ una delle serie più guardate dell’ultimo mese e il rinnovo appare scontato.

Personalmente, non vedo l’ora di vederne una seconda stagione.

Se avete apprezzato il mio modo di parlare di serie televisive, date un’occhiata al mio libro “Generazione Seriale – un viaggio nel mondo delle serie televisive”.

4 pensieri riguardo “Recensione di “Emily in Paris”: tra Gossip Girl e Il Diavolo veste Prada

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