Recensione di “Bear, Otter e Kid” di TJ Klune – Triskell Edizioni

“Sia che ne fossi consapevole o no, misuravo tutti rispetto a te.”

Il primo amore non si scorda mai. È una frase fatta? L’unica risposta che si può dare alla domanda è “dipende”, perché gli amori non seguono delle regole fisse e ogni storia è un mondo a se stante.

Il primo amore, però, non viene certamente dimenticato da Otter, che vive la vita nell’ombra di un amore mai fino in fondo corrisposto, quello di Bear. Prova ad allontanarsi dal ragazzo che crede di non potere avere e a vivere una vita piena e felice, anche senza di lui. Tuttavia, il destino ha in serbo delle sorprese per Otter.

Ho deciso di parlare di questo libro dalla prospettiva di Otter e non di Bear o di Kid (certamente più centrali nella storia di questo romanzo d’amore LGBT) perché penso che i sentimenti di Otter e quell’amore che sfocia, per certi versi, in ossessione sia il vero fulcro di questo romanzo di TJ Klune.

Diciamocelo, da giovani siamo tutti entrati in fissa con qualcuno e abbiamo pensato che fosse l’uomo o la donna della nostra vita. A volte, questa “fissazione” è diventata una relazione, altre volte si è spenta come un fuoco di paglia. È questo, però, il nucleo della storia di Bear, Otter e Kid.

Però, il romanzo di Klune è molto più di un LGBT romance, a mio modo di vedere. È anche una storia di formazione che esplora i legami familiari, sia quelli più positivi sia quelli più ambivalenti o addirittura negativi (come nel caso del rapporto fra la madre di Bear e il figlio).

Si tratta, altresì, di una storia piena di personaggi diversi, sfaccettati e tutti meritevoli di essere apprezzati.

Ho apprezzato di questo libro in particolar modo le scene più sensuali. Credo che sia la prima volta che leggo descrizioni di scene di sesso e non le trovo per nulla volgari. È come se qualsiasi cosa scrivesse Klune fosse velata da una patina di dolcezza (passatemi l’espressione!).

Stilisticamente, la cosa che salta agli occhi è il tono ironico e sarcastico che l’autore riesce a imprimere alle sue scene, raccontando la storia ed entrando nella psiche dei personaggi. L’utilizzo degli avverbi (tanto vituperati nella narrativa contemporanea), a mio modo di vedere, è davvero il grimaldello per dare colore alle scene e alla narrazione.

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