Bookframe n. 6 – Amore in letteratura (Vol. III): Il Rinascimento e l’amore nella visione neoplatonica

Ove romita e stanca si sedea
quella, in cui sparse ogni suo don natura,
guidommi Amor, e fu ben mia ventura,
che più felice farmi non potea.

Raccolta in sé, co’ suoi pensier parea
ch’ella parlasse; ond’io, che tema e cura
non ho mai d’altro, a guisa d’uom che fura,
di paura e di speme tutto ardea.

E tanto in quel sembiante ella mi piacque,
che poi per meraviglia oltre pensando,
infinita dolcezza al cor mi nacque;

e crebbe alor che ‘l bel fianco girando
mi vide, e tinse il viso, e poi non tacque:
«Tu pur qui se’, ch’io non so come o quando».

RINASCIMENTO

il-rinascimento

Il Rinascimento è quel movimento culturale e letterario che caratterizzerà l’Italia nel XVI secolo. La sua data di inizio viene convenzionalmente fissata nel 1492, in coincidenza con la morte di Lorenzo Il Magnifico. In questo periodo, l’Italia è davvero al centro del mondo, è la terra dell’avanguardia nel campo dell’arte e della letteratura.

Ma quali sono i caratteri fondamentali della corrente rinascimentale?

Dal momento che si tratta di un movimento in forte continuità con l’Umanesimo, il Rinascimento si caratterizza per una significativa rivalutazione e valorizzazione dei classici greci e latini. La parola chiave di questo movimento è armonia.

Gli intellettuali e gli artisti aspirano all’equilibrio formale, a un’armonia che ricalchi la perfezione assoluta. La stessa perfezione che era stata raggiunta – secondo gli intellettuali del cinquecento – dall’arte greca e latina. Un esempio chiaro di perfezione ed equilibrio, ad esempio, era il tempio. L’architettura era la summa di un equilibrio che doveva essere rispecchiato anche nella letteratura e in ogni forma di espressione artistica.

Questo è il periodo in cui, inoltre, si diffonde il volgare che non è più lingua del popolo ma assume i connotati di lingua degli intellettuali. La divulgazione non deve più necessariamente ricorrere al latino.

E divulgazione è un’altra parola importantissima, dato che nel quindicesimo secolo il genere letterario d’elezione è il trattato.

E L’AMORE?

La nostra, come anticipato, è un’esplorazione relativa all’amore nella letteratura. Dobbiamo, dunque, soffermarci su quella che era la concezione cinquecentesca dell’amore.

Come detto in precedenza, nel XV secolo vi è una continuità ideologica rispetto al secolo precedente e, dunque, si può affermare che assistiamo a una consolidazione dell’ideologia platonica. I massimi filosofi del periodo rinascimentale, infatti, si riagganciano alla teoria platonica del Simposio. Si affermano, in altre parole, le tesi neoplatoniche.

Questo neoplatonismo vede l’amore come uno strumento per raggiungere il divino. Ancora una volta, non ci si sofferma sulla carnalità, anche se si torna a dare un’enorme rilevanza alla bellezza estetica della donna o dell’uomo amato.

L’amore nasce dai sensi. È l’occhio che si posa sul soggetto amato e la sua bellezza che fanno scattare il processo dell’amore. È un amore, dunque, che si avvicina di più al concreto, ma che è ancora velato da una patina di trascendenza. Ci si innamora grazie ai sensi, ma con l’amore si aspira al divino. La bellezza dell’amato o dell’amata è emblema della perfezione universale, dell’armonia del mondo.

Va chiarito, però, qui che il divino non è più da intendersi strettamente in una logica cristiana, ma in senso più astratto e multiforme. Siamo, infatti, in un periodo in cui intellettuali e filosofi si sganciano dal teocentrismo ed anzi propugnano una visione essenzialmente laica.

IN UN’EPOCA DI PERFEZIONE STILISTICA, UNA VOCE FUORI DAL CORO

stampa_ritratto

Se all’inizio dell’approfondimento ho citato le parole di Pietro Bembo, perfettamente in linea con i modelli letterari dell’epoca, un personaggio assai particolare che vale la pena menzionare in questa sede è Gaspara Stampa.

La poetessa, benché bersagliata da gran parte della critica letteraria, è una voce significativa perché in grado di innovare e sorprendere coi suoi versi che descrivono un amore molto più vivo e immediato.

Come può esser ch’io non sia più mio?

O Dio, o Dio, o Dio,

chi m’ha tolto a me stesso,

c’a me fusse più presso

o più di me potessi che poss’io?

La Stampa è stata in grado di porre l’accento su un sentimento travolgente che, a mio avviso, non ha nulla a che vedere con una logica di amore-strumento per raggiungere il divino. È un amore eminentemente rivolto a una persona concreta, che è il fine di questo sentimento e non più e non solo il mezzo.

La Stampa, inoltre, dipinge un amore spossessamento che esemplifica il “delirio” a cui veniva paragonato l’innamoramento. Non ci si sente più se stessi quando si ama. E, in qualche modo riprendendo una visione di amore-tormento e un lessico guerresco (come accadeva ad esempio nei componimenti di Lorenzo de’ Medici), l’amore è ancora un tiranno. Un tiranno terribile, capace di sottrarci a noi stessi, di farci perdere la testa.

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