Da scrittore, l’IA generativa mi fa paura. Quali possibili conseguenze sull’editoria?

L’intelligenza artificiale mi fa paura. Non che non la usi mai o che la demonizzi. Ha dei pregi indiscutibili, però mi inquieta. Da scrittore, penso a tutto lo spazio che toglie e a quello che fagociterà nel prossimo futuro.

Leggendo vari articoli a riguardo, ho subito pensato che l’IA ci toglierà ossigeno, aumenterà la competizione e farà entrare nel ring degli scrittori anche coloro che non hanno mai studiato, o che non hanno il tempo e la voglia di passare moltissime ore davanti a un file Word. L’intelligenza artificiale, in sostanza, annulla un gap di volontà e di determinazione.

L’illusione del risultato senza sforzo

Gli editori già si lamentano del quantitativo spropositato di proposte che ricevono. Ora, con l’IA, come andrà a finire? Leggevo un Substack di Stefania Crepaldi in cui si riconosceva, in molti aspiranti autori, più che la voglia di lavorare a un romanzo, il semplice desiderio di essere pubblicati. Se questa vanità, come tutte le altre, è il pane del nostro tempo, cosa impedirà a questi individui di cercare il risultato scorciatoia, eliminando lo sforzo?

Le conseguenze saranno inevitabili: le case editrici che si apriranno agli scrittori senza il tramite di agenzie letterarie o canali di scouting saranno sempre meno. Di conseguenza, chi non avrà soldi da investire o un forte seguito per farsi notare troverà le porte sbarrate. L’IA rischia così di eliminare un discrimine meritocratico basato sull’impegno, focalizzando tutto su risorse estrinseche alla scrittura.

Il narcisismo editoriale e il falso mito della democratizzazione

Peraltro, già dal post-Covid il mondo editoriale italiano è sommerso di manoscritti. In un Paese che legge poco, chissà per quale ragione tutti vogliono scrivere. È l’ennesimo tratto narcisistico di una società in cui si pensa che ciò che vale sia solo ciò che è originato dal Sé e non dall’Altro.

C’è chi dice che l’intelligenza artificiale generativa sia giusta, perché permette una maggiore democrazia. Io, dal mio punto di vista, ho forti perplessità. Perché dovrei trovare giusto che chi non sa fare una cosa tolga spazio a chi ci ha lavorato una vita intera? Secondo me, questa è l’estrema conseguenza di un egualitarismo stucchevole che stiamo portando avanti come un mantra. “Uno vale uno, tutti devono avere le stesse possibilità”, anche a costo di privare di senso lo studio e la dedizione.

L’intelligenza artificiale, insomma, per molti è lo strumento di legittimazione della propria eccezionalità. Come se dovessimo per forza essere tutti speciali in qualsiasi campo, anche se non è affatto così. È un principio miope, che non distingue chi ha solo un’idea da chi possiede un reale bagaglio di strumenti.

Il rischio dei falsi positivi e la difesa dello stile

Un articolo del Post riporta che, allo stato attuale, è impossibile verificare con certezza assoluta se un testo sia stato generato artificialmente o scritto da un essere umano. Esistono dei pattern di riconoscimento, ma anch’essi soffrono il rischio del pregiudizio. Io, per esempio, ho sempre usato i trattini per gli incisi e specifici connettivi per collegare le frasi. Chi mi dice che un domani un editore, spaventato da questi tratti del mio stile di controllo, non possa scartare un mio testo sulla base di un falso positivo?

Il confine tra strumento utile e sostituzione dell’umano

Ci sono aspetti e modalità dell’IA che, ovviamente, hanno un ruolo apprezzabile nel mestiere di scrivere. Si pensi alla facilità con cui si possono scovare i refusi o, nel caso di post e caption per promuoversi online, alla velocità con cui si possono trovare hashtag o formattare i testi (io la uso in questo modo).

Insomma, tutto ciò che non è generativo lo trovo uno strumento utile. Quando l’intelligenza artificiale si sostituisce all’essere umano, però, inizio a vedere tutti i rischi della macchina.

E voi cosa ne pensate? Quale sarà l’impatto dell’IA generativa sull’editoria del futuro?

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