La città dei vivi (film 2026): un’opera di sottrazione brutale

Si parla di La città dei vivi – film di Edoardo Gabbriellini, tratto dal soggetto firmato da Nicola Lagioia, autore del premiatissimo romanzo ispirato alla vicenda e omonimo del film – come di una pellicola in grado di fare della sottrazione la sua arma vincente.

DI COSA PARLA

La città dei vivi si sofferma sulla vittima, toglie i riflettori dagli assassini e li punta su Luca Varani.

Il ritratto di Luca è quello di un ragazzo con poca voglia di emergere, avviluppato in una vita banale e arida, soggiogato dal desiderio di denaro e da una scarsa propensione al sacrificio. Un ragazzo perso, in qualche modo, che ancora non aveva scelto un vero percorso per ritrovarsi. Anzi, un ragazzo che aveva da poco imboccato una discesa pericolosa: la stessa discesa negli abissi di una Roma spietata che lo avrebbe condotto alla morte.

Non è mai stato effettivamente chiarito se Luca fosse davvero dedito alla prostituzione, verità che nel film viene invece data per assodata.

A contrasto con le ombre dello smarrimento di Luca emergono le luci di una famiglia affezionata e di un amore fortissimo, quello provato dalla fidanzata Marta nei suoi confronti.

Nella narrazione, Luca è il centro focale, il motore attraverso cui gli spettatori osservano una Roma annoiata, spenta, priva di colori. Una Roma di periferia che rappresenta un tassello mancante nella ricostruzione di «una città dei vivi che fagocita chi non è preparato».

Il libro di Lagioia si sofferma sulla violenza di una Roma ricca che pensa di poter fare e disfare della vita di quelli come Luca, ma questa Roma più feroce e patinata è assente nel film. Rimane sullo sfondo, rimane l’origine della vittima; appare poco, invece, del mondo che quella stessa vittima distrugge.

COSA FUNZIONA

Funziona molto Gaia Merlonghi nei panni di Marta. Il suo dolore, nelle varie fasi – sia quelle della relazione sia quelle del lutto – descrive alla perfezione la realtà scomoda di amare un giovane che ha smarrito sé stesso, come Luca.

Mastandrea è un po’ sempre uguale a sé stesso, ma il ruolo, stavolta, era perfetto per lui. In generale, le performance attoriali reggono, con un paio di eccezioni un po’ rigide. Dal protagonista, Emanuele Maria Di Stefano, mi sarei aspettato una maggiore chiarezza nel parlato.

È intrigante anche la scelta di mostrare il risultato dell’omicidio e non l’omicidio stesso. Anche il focus sull’insensatezza del crimine, così come sulle vite e sulle smagliature comportamentali dei personaggi, è un punto vincente: un punto di vista chiaro.

COSA NON FUNZIONA

Nel mostrare le conseguenze dell’omicidio, il film manca nel fornire agli spettatori informazioni soddisfacenti sugli avvenimenti che seguono il delitto: non tutti sono tenuti a conoscere per filo e per segno lo svolgimento dell’indagine e del processo.

Ci sono una serie di scene di cui si fatica a capire l’utilità, scorci di vita che rallentano il ritmo di un film che pecca nella sua totale mancanza di climax.

Le prime emozioni arrivano con le tracce di sangue nell’appartamento di Manuel, quando ormai la storia si avvia alla conclusione.

CONCLUSIONE

Ammetto che questo film mi è sembrato una sorta di «LATO B» di una storia. Ha deciso di mostrare tutto quello che non era stato approfondito, ma lo ha fatto in maniera troppo brutale.

Ha scelto di non assecondare la morbosità dell’interesse del pubblico per un crimine che ha paralizzato l’Italia, per rispetto della vittima e dei familiari. Lo ha fatto, però, tagliando fuori dal quadro la vera spietatezza della Roma che è stata autrice dell’omicidio, impedendoci di entrare nel malessere dorato degli assassini e non sviluppando molte delle potenzialità comunicative e narrative che avrebbero reso più completa e appagante la narrazione.

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