Recensione de “Il Labirinto degli Spiriti” di Carlos Ruiz Zafon

Mi sono finalmente confrontato con quello che è – a tutti gli effetti – il capitolo conclusivo di una saga che mi ha molto coinvolto e appassionato, ossia quella del “Cimitero dei Libri Dimenticati”, che ha visto il suo albore con il best seller globale “L’Ombra del Vento” (che spero vivamente un giorno venga trasposto cinematograficamente).

La saga che, in definitiva, racconta di un intreccio complessissimo che perdura per una buona metà del novecento, durante il periodo del regime di Franco e non solo (e le tematiche politiche e le conseguenze di un regime totalitario non sono – come a qualcuno potrebbe sembrare – solo sottofondo alla vicenda di fantasia), a mio modo di vedere, tratta principalmente di una cosa: l’amore per la scrittura.

“Si scrive per se stessi, si riscrive per gli altri”

il labiri

Zafon, proprio nelle battute finali dell’ultimo romanzo, infatti, esplora – con la finzione letteraria che i libri siano stati opera di uno dei protagonisti della storia – tutte le difficoltà e le peripezie che sperimenta un aspirante scrittore per diventare davvero uno scrittore e provare, magari, con qualche fortuna, a campare di letteratura. Si comprende come Zafon abbia sofferto nel suo passato, prima di consacrarsi come una delle migliori penne del nuovo millennio, in Spagna e non solo. E offre al suo lettore, con cui instaura un rapporto unico, quasi di familiarità, una serie di spunti e consigli su come trasformarsi da lettore a scrittore.

In merito alla parte finale de “Il Labirinto degli Spiriti” ci sarebbe anche da dire che, a mio avviso, finisca per risultare quasi un “appendice” fuori luogo, eccessivamente lunga, che affatica il lettore dopo un viaggio di più di 700 pagine che ha disvelato finalmente la realtà dietro i misteri della Barcellona oscura dipinta nella saga. Ma questo epilogo, che, a suo modo, è virtualmente quasi un quinto libro della saga, non è un difetto così significativo per un libro che, malgrado la mole, si fa leggere con interesse spasmodico e rivela una maestria imparagonabile nell’intreccio dell’autore.

“Le speranze le hanno le persone, ma i destini li distribuisce il diavolo”

illab

Forse, la risoluzione del mistero e la rivelazione dell’autore oscuro dietro le trame criminali dei romanzi, risultano un po’ troppo semplicistiche e non si comprende fino in fondo perché il grande architetto di tutti i crimini da cui partono le vicende, in fin dei conti, si arrenda alla morte, senza lottare e senza provare a conservare il potere. E, tuttavia, dietro a questa risoluzione, che non è all’altezza della meravigliosa architettura zafoniana della saga nel suo complesso, sta l’esigenza di descrivere una sorta di provvidenza dell’universo fantasioso dell’autore, che, sicuramente, per lo stesso Zafon esiste anche nella realtà. Egli crede nel destino ed è il destino a decidere che, a un certo punto, è l’ora di terminare gli spargimenti di sangue inutili ed arriva, così, il momento che la tenebrosa Barcellona si trasformi in una città incantevole e meta apprezzata dai turisti.

La prosa di Zafon rende questo libro, carico di messaggi e del cuore dell’autore, un’opera a tratti entusiasmante, che merita di essere letta d’un fiato.

È stata una lettura che ho apprezzato molto e che mi conferma come, nella mia ottica, chi voglia scrivere in questo periodo storico, non possa ignorare l’esempio di scrittori brillanti come Zafon, capaci di coniugare storie accattivanti e un periodare fluido ed elegante.

4 pensieri riguardo “Recensione de “Il Labirinto degli Spiriti” di Carlos Ruiz Zafon

  1. Ho avuto il piacere di leggere questo libro quest estate. Non so dirti mi ha lasciato un po’ dubbiosa. Il suo stile inconfondibile ti culla e ti aiuta ad affrontare un mattone di storia di 700 pagine. La cosa che mi ha lasciato però perplessa è la semplicità che cerca nel finale come se necessariamente il cerchio si debba chiudere. Nettamente inferiore rispetto agli altri capitoli

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