Recensione di The Haunting of Hill House: Progetto ammirevole ma con qualche difetto

Buongiorno lettori, oggi cercherò di aggiornarvi sull’ultima serie TV che ha attirato la mia attenzione. Si tratta dell’ennesima serie Netflix degli ultimi mesi. Una serie horror antologica, dal nome “The Haunting”, che, nella prima stagione, ha trasposto televisivamente le vicende del romanzo di Shirley Jackson del 1959 “L’incubo di Hill House”.

Lo show Netflix ha riscosso grandi consensi di pubblico e sui siti sembra apprezzata quasi unanimemente. Ma The Haunting of Hill House è davvero così bella? Cerchiamo di capirlo insieme.

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Il primo aspetto che mi piacerebbe sottolineare è come la serie tratta il materiale horror, dal momento che ritengo questo aspetto sicuramente uno dei più positivi della serie. Penso, infatti, che la regia riesca a portare in scena in maniera adeguata una storia di fantasmi, piena di sorprese, con alle spalle una trama sufficientemente solida. E traspone questa storia creando un’atmosfera “grigia”, in cui la realtà sembra “un pendolo” tra la voglia di riscatto dei protagonisti e gli spettri di un passato che non va via mai. Da apprezzare è il fatto che si crei una serie tv canonicamente horror, senza l’utilizzo di sangue finto a fiumi e senza il ricorso a immagini stucchevolmente disturbanti. Molti film horror dovrebbero cercare di ricreare questo equilibrio, nell’utilizzare il repertorio delle storie di fantasmi.

Il regista, Mike Flanagan, poi, descrive alla perfezione i protagonisti e riesce a farli diventare vividi, interessanti, pieni di sfaccettature. Uno dei motivi del successo di The Haunting è certamente la grande attenzione data ai personaggi. Una piacevole sorpresa, dato che nelle opere cinematografiche dell’orrore i protagonisti sono sempre un’accozzaglia ambulante di clichè.

Mi è piaciuto, altresì, il cast. Rivediamo per esempio anche volti discretamente noti, come quella Elizabeth Reaser che ha recitato in Grey’s Anatomy e nella saga di Twilight e quel Timothy Hutton, che io conoscevo per essere stato parte dell’ultima stagione di How to get away with Murder. A prescindere dalla fama, però, gli attori hanno davvero reso onore ai personaggi scritti (mirabilmente) per loro.

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L’elemento che mi ha convinto meno, in questa serie, va individuato nel ritmo narrativo. Infatti ritengo che i primi cinque episodi – in cui vengono presentati individualmente i cinque fratelli protagonisti della storia – fossero sufficienti a introdurre lo spettatore nell’universo della serie. Mi aspettavo, infatti, che, da quel momento in avanti, si sarebbe potuto accelerare la narrazione e sorprendere lo spettatore, magari “abbondando” con qualche jumpscare qua e là. Insomma, mi sarei aspettato una seconda parte di stagione molto più spaventosa e dinamica. Invece, il ritmo narrativo (dilatato da continui salti temporali) ha, di fatto, cercato di confondere il più possibile lo spettatore perché venisse a conoscenza dell’intera storia (e di ciò che stava dietro) solamente nell’ultimo episodio.

Si tratta di un aspetto secondario, comunque, e la cui menzione dipende forse esclusivamente dal mio gusto personale, che mi porta a preferire narrazioni più concitate ed emozionanti, piuttosto che introspettive e psicologiche.

Ad ogni modo, al termine di questo articolo, non posso che fare i complimenti a Netflix e Flanagan per questo prodotto. Spero sia una ventata di novità per i fan dell’horror e che il livello resti alto anche nella seconda stagione.

2 commenti

  1. Ho letto il libro circa due anni fa e mi sono sempre chiesta come avrebbero fatto a ricreare quella stessa intensità in una serie tv… Comunque mi hai convinto, le darò una possibilità 👍😁

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