Ho letto “Uno Studio in Rosso” di Conan Doyle: il mio impatto con lo Sherlock Holmes letterario

Buongiorno lettori, oggi si torna a parlare di libri. Ma, stavolta, torniamo un poco indietro nel tempo (la prima edizione del libro di cui parlerò viene fatta risalire addirittura al 1887). Sto parlando di “Uno Studio in Rosso”, che è il primo capitolo della saga letteraria dedicata al personaggio di Sherlock Holmes.

Da un po’ di tempo mi ero convinto a leggere le avventure di Holmes e Watson, nella loro versione originale, e, probabilmente a causa della mia necessità di fare esercizio con la lingua inglese, ho approfittato del fatto che su Amazon l’intera raccolta in lingua originale fosse scaricabile gratuitamente e mi sono fiondato nella lettura.

Quasi per un riflesso incondizionato mi sono trovato a leggere, immaginandomi gli eventi con le facce di Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, che hanno interpretato i protagonisti dei romanzi polizieschi di Conan Doyle nel famosissimo adattamento, che ha trasportato le vicende nei tempi moderni.

La storia inizia in modo molto simile, tra l’altro, alla serie televisiva, non fosse altro per il fatto che si tratta di contesti ed epoche completamente differenti.

Una peculiarità, più di tutte, mi ha colpito, però. Nella serie tv sembra quasi che Sherlock abbia dei poteri paranormali. Davvero le deduzioni sono eccessivamente complesse e, malgrado tutta questa complessità, alla fine, tutto si rivela corretto (non vi sto nemmeno a specificare che non sono poi un fan sfegatato della serie sebbene abbia visto tutti gli episodi).

Nel romanzo, invece, l’obiettivo dell’autore sembra quasi quello di smascherare la “semplicità dietro ai misteri”. Sherlock viene a capo di un intricato caso e lo fa sulla base di congetture – più o meno scientifiche – che, almeno a leggersi, sembrano non essere così straordinarie.

Certo, nel libro di Conan Doyle, si dà valore scientifico a quelle deduzioni/speculazioni che non porterebbero a risultati così univoci, ma, a mio modo di vedere, non dobbiamo pretendere un eccessivo grado di scientificità nell’ambito dei romanzi che narrano storie fittizie. Anzi, è sicuramente da apprezzare il romanzo di un maestro come Arthur Conan Doyle, dato che ha certamente “creato” un genere e lo ha fatto plasmando un personaggio intrigante, che, al termine della lettura, resta ancora sicuramente oscuro.

Sono curioso di scoprire di più di Sherlock e ritengo che in seguito leggerò qualche altro romanzo della saga.

Relativamente a “Uno Studio in Rosso” posso ancora dire che il romanzo è molto breve e questa brevità, in qualche modo, impedisce che il ritmo diventi veramente incalzante e l’indagine appassionante. Tuttavia, come detto, i meriti dell’autore sono noti ed evidenti e la lettura si rivela piacevole. Tutta la letteratura del genere deve qualcosa a Conan Doyle e al suo Sherlock Holmes che ha reso le indagini davvero un espediente narrativo brillante e capace di appassionare milioni di lettori ai gialli.

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