Ho letto Frankenstein di Mary Shelley e non l’ho trovato un capolavoro

Oggi vi parlerò di un’altra mia lettura, vi parlerò di quello che viene definito un vero e proprio capolavoro della letteratura ottocentesca, nonché il primo vero e proprio romanzo di fantascienza della storia. Com’è facile intuire, stiamo parlando di Frankenstein di Mary Shelley, romanzo pubblicato per la prima volta nel 1818.

Non ho mai negato una certa predilezione per la letteratura britannica ottocentesca, che ritengo davvero foriera di tanti spunti e artefice della costruzione di una serie di archetipi a cui la letteratura contemporanea continua a ricorrere.

La genesi del romanzo è molto particolare e credo che non si possa evitare di riportare alcuni dettagli su come è stato concepito questo caposaldo della letteratura gotica, prima di passare a un’analisi dello stesso.

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Pare che l’idea per l’opera sia venuta alla Shelley, a seguito di una gara indetta da Lord Byron (che la ospitava insieme al marito) in Svizzera. In un’estate piovosa, che doveva aver contribuito a invogliare la giovane autrice a scrivere un romanzo dai toni così foschi, lei e gli altri ospiti di Lord Byron, dopo aver letto alcuni racconti dell’orrore tedeschi, vennero invitati a uno sforzo di fantasia per la creazione di una storia dell’orrore che potesse far rabbrividire quanto i racconti che avevano così tanto piacevolmente letto.

La Shelley, invero, fu l’ultima a iniziare la sua opera creatrice, ma altresì l’unica a portare a termine la gara, dando alla luce un romanzo che ebbe un successo clamoroso e che, nelle sue rappresentazioni teatrali, scioccò la società dell’epoca, che trovò finanche disdicevole che quell’opera di fantasia fosse frutto dell’ingegno di una donna.

Tra i temi che non si possono tralasciare, inoltre, vi è quello relativo ad un aneddoto o ad una supposizione. In molti ritengono, infatti, che l’opera, a tratti, sia una metafora della maternità. Di una maternità indesiderata (la Shelley curò la correzione del suo romanzo pochi mesi prima di dare alla luce la terza figlia) che, nel romanzo, viene portata in scena dal controverso e disperato rapporto tra Frankenstein e la sua abominevole creatura.

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Dando un mio parere sull’opera, mi sono subito ritrovato a paragonarla a Dracula, che, da molti, è ritenuto l’altro grande esempio del romanzo gotico per eccellenza. E, se su un piano meramente stilistico, forse la piacevolezza dello stile di Frankenstein risulti superiore (se non altro agli occhi di un lettore contemporaneo), ritengo che la storia di Dracula fosse, invero, più avvincente, sorprendente e affascinante.

Frankenstein, che viene definito un romanzo di fantascienza, per me è un romanzo che vive di metafore, in cui l’esistenza di un gigantesco uomo mummificato riportato alla vita è solo un pretesto per affrontare una serie di tematiche molto rilevanti, che esprimono appieno la sensibilità dell’autrice. Si parla di solitudine, di abbandono, di rimorso, di desideri inespressi. Frankenstein è la valvola di sfogo attraverso cui Mary Shelley affronta, in modo assolutamente mirabile, questi sentimenti, per il tramite di atmosfere evocative e di una storia fittizia che è spunto per questa esplorazione interiore.

Il romanzo, sicuramente per un gusto personale, non mi ha preso quasi mai. Le mie aspettative erano quelle di immergermi in una storia piena di orrore e di avventura, ma mi sono ritrovato ad emozionarmi soltanto per come venivano descritti i sentimenti provati dal mostro e dal suo creatore, una volta che il mostro gli aveva rovinato l’esistenza. Le parole della Shelley sul terrore della solitudine, sulla rabbia che deriva dall’esser rifiutati, sul furore della vendetta e sull’infelicità di un’esistenza priva dei propri cari, toccano nel profondo e sono il vero motivo per cui il romanzo andrebbe letto da qualunque appassionato di letteratura.

È un romanzo che riesce a coniugare una storia e un messaggio impegnativo e altamente sentimentale, come oserei definirlo. Ed è questo il suo punto di forza, sebbene, dopo una prima lettura, sia restio a considerarlo un vero e proprio capolavoro.

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